
Anche se vietati o fortemente regolamentati da decenni, alcuni contaminanti organici persistenti continuano a essere presenti nell’ambiente marino. Tra questi, PCB e DDT possono rimanere nell’ecosistema per lungo tempo, accumularsi negli organismi e trasferirsi lungo le reti trofiche. Il Mediterraneo è particolarmente esposto: la sua natura semi-chiusa, l’elevata densità abitativa lungo le coste e la presenza di attività industriali, agricole e turistiche lo rendono vulnerabile alla presenza e alla persistenza di questi contaminanti.
La ricerca, pubblicata su Marine Pollution Bulletin, è stata condotta nell’ambito della quarta campagna del progetto M.A.R.E. – Marine Adventure for Education and Research, promosso dalla Fondazione Centro Velico Caprera ETS in collaborazione con One Ocean Foundation, e coordinata da Ginevra Boldrocchi, ricercatrice dell’Università dell’Insubria e scientific coordinator di One Ocean Foundation.
Cosa raccontano i campioni di zooplancton
Tra maggio e luglio 2025, la spedizione ha percorso circa 1.950 miglia nautiche, attraversando il Mediterraneo ionico, l’Egeo e il Mediterraneo centrale. Durante la navigazione sono stati raccolti 26 campioni di zooplancton, utilizzati per quantificare la presenza di PCB e DDT.
La distribuzione osservata suggerisce una forte relazione tra le pressioni di origine terrestre e la qualità degli ecosistemi marini: pur non consentendo allo studio di attribuire con certezza la contaminazione a specifiche fonti, le aree offshore hanno generalmente mostrato livelli di contaminazione molto più bassi rispetto alle aree costiere.
Questi risultati confermano inoltre l'importante ruolo dello zooplancton come bioindicatore dell'inquinamento marino. Alla base delle reti alimentari marine, questi organismi possono infatti fornire informazioni sulla presenza e sulla distribuzione dei contaminanti e aiutare a comprendere come queste sostanze possano entrare e trasferirsi lungo le reti trofiche.
PCB
Le concentrazioni di PCB più elevate sono state generalmente osservate nelle aree costiere caratterizzate da maggiori pressioni industriali e urbane.
Il valore massimo (96,5 ng/g) è stato registrato nell’area di Atene e del Golfo Saronico, seguite da Rodi, Taranto e lungo la Sicilia orientale, dove i valori risultano compatibili con la presenza di pressioni antropiche e con la storia industriale delle aree costiere. I dati raccolti, tuttavia, non permettono di identificare con certezza le singole fonti di contaminazione.
DDT
Per i DDT, invece, concentrazioni quantificabili sono state riscontrate nel 54,5% dei campioni. La predominanza di DDE e DDD, prodotti della degradazione del DDT, riflette il carattere prevalentemente storico della contaminazione e la persistenza nell’ambiente di sostanze utilizzate in passato.
I valori più elevati sono stati riscontrati lungo la costa ionica occidentale della Grecia, in particolare nei pressi di Zante (20,4 ng/g) e nel Golfo di Kyparissia (12,4 ng/g).
Il confronto con altre aree del Mediterraneo
Un ulteriore elemento di interesse emerge confrontando i risultati di questa campagna con quelli delle precedenti ricerche condotte nello zooplancton di altri sub-bacini del Mediterraneo: il Tirreno, il Mediterraneo occidentale e l’Adriatico.
Per entrambi i contaminanti, il Mar Tirreno presenta le concentrazioni medie più elevate. Per i PCB, la concentrazione media rilevata nel Tirreno è di 45,0 ng/g, rispetto ai 34,0 ng/g del Mediterraneo occidentale, ai 28,1 ng/g dell’Adriatico e agli 11,4 ng/g del Mediterraneo centro-meridionale analizzato nella campagna M.A.R.E. 2025. Per i DDT, i valori medi sono rispettivamente di 8,9 ng/g nel Tirreno, 5,1 ng/g nel Mediterraneo occidentale, 3,1 ng/g nell’Adriatico e 3,3 ng/g nel Mediterraneo centro-meridionale.
Lo studio aggiunge così un nuovo tassello alla comprensione dello stato di salute del Mediterraneo e fornisce una baseline utile per seguire nel tempo la presenza di contaminanti organici persistenti, integrando il monitoraggio chimico con strumenti dedicati allo studio della biodiversità, come l’eDNA.


